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Ricordando un vero Amico

Autore prof. Gaetano Settecasi

RICORDANDO UN VERO AMICO
L'estate faceva sentire la sua presenza con una calura che spaccava le pietre. Nell'aia i muli trotterellavano per schiacciare le spighe ammassate. Giuseppe si affannava, madido di sudore, la camicia aperta, a incitare al trotto gli animali che obbedivano al comando. Scalpitavano con le froge aperte al vento cercando con le code di scacciare le fastidiose mosche cavalline le cui punture erano particolarmente fastidiose e insopportabili. Forte dei suoi giovani anni Giuseppe sembrava instancabile. Cantava le canzoni antiche mentre le spighe si frantumavano in chicchi rosei e lucenti schizzando in tutta la circonferenza dell'aia. "Lestu c'ammaffari paglia" "attia mureddra, curri curri ca veni lu marasciallu". La voce potente acquistava la solennità di un rito tramandato di padre in figlio, nel fluire del tempo, nello scorrere degli anni. Verso mezzogiorno si levava un leggero vento di ponente che dava ristoro agli uomini e agli animali il cui dorso, brillava lucente di sudore copioso che misto agli odori degli escrementi dei muli dava una sensazione sgradevole e pur calda e accattivante. Era tempo di abbeverare gli animali, di farli uscire dall'aia e dar loro la biada. Si sentiva il rumore delle possenti dentature che trituravano le fave mentre scodinzolavano contenti, lo ero giovane, allora.

Con Giuseppe si era consolidato un rapporto di amicizia buono, affettuoso e sincero. Sotto il grande albero d'ulivo, a"Noru", avevamo accuratamente sistemato ogni cosa. L'acqua, il vino, il pane, la pasta, le patate, la frutta, le coperte, ecc.. Zio Vincenzo, un po' avanti negli anni, cercava di darsi da fare spezzando la legna e preparandola dentro "la tannura". Maria, bambina di dieci anni, aveva sempre gli occhi velati di tristezza e malinconia. Non giocava più con le sue coetanee, stava crescendo in fretta.
La piccola Franca, un angioletto dagli occhi luminosi aveva bisogno delle carezze della mamma che se n'era andata ad abitare nella casa del Signore, lasciando un grande vuoto nell'anima e nella casa. Giuseppe era scivolato in uno sconforto profondo. La famiglia era provata da un dolore atroce e l'assenza della buona mamma pesava. Nelle stanze divenute silenziose, non s'udiva più il ticchettio dei ferri e il bisbiglio dell'uncinetto, né all'ora di cena, al ritorno dai lavori dei campi, si percepiva il buon odore della minestra, calda e fumante. L'uomo, il padre, il marito cercava di sopperire dandosi da fare in cucina. Sempre cosi. Maria osservava e capiva che doveva essere lei a sostituire la madre, almeno nelle cose possibili.
Quante volte le vidi gli occhi umidi per il fuoco che non riusciva ad alimentare, per la pasta qualche volta scotta o troppo salata, per quello che a dieci anni non riusciva a fare. Temeva i rimproveri duri del padre che le voleva bene e perciò con tutto il suo da fare cercava di educarla al bene e all'onestà. Lo stesso per Franca, ancora troppo piccola. Con la grazia di Dio la minestra era pronta. Accoccolati su bisacce consumavamo veloci la buona minestra condita con cavoli, patate e zucchine. Poi si tornava sull'aia e riprendeva il girotondo dei muli con il solito ritmo. Ad Occidente il sole lentamente varcava l'ultima collina senza rumore. Aleggiavano all'insaputa le prime ombre furtive della notte. II cielo formicolava di stelle. I grilli avevano iniziato il loro monotono concerto.

Fifìddra e Spagnolo, di tanto in tanto abbaiavano ai latrati di cani in lontananza. C'eravamo coricati nella paglia dell'aia. Gli occhi guardavano quei puntini luminosi, lontani, lontani nel firmamento quasi fossero persone amiche che avevano deciso di trasferirsi lassù per guardarci dall'alto, lucenti e silenziose. Sapevo che a Maria e Franca piacevano i racconti, per questo, certo della loro attesa, cominciavo: "c'era una volta...".
La notte avanzava con i suoi silenzi. Giuseppe come sua abitudine metteva le palme delle mani sul petto e russava pesantemente stanco di giornate di lavoro duro e faticoso. "Cosi vissero felici e contenti". Anche Maria e Franca dormivano il loro sonno innocente con un principe dal mantello dorato su un cavallo alato che percorreva al buio i sentieri più segreti del sogno, lo continuavo a guardare la luna fino a che dietro la collina svaniva il suo splendore e si nascondeva la sua chiaria. L'estate allungava la sua sfera di fuoco bruciando le stoppie riarse sotto un sole implacabile. Arrivava il tempo della bacchiatura delle mandorle che sgusciate si mettevano allo scoperto su un tendone ad asciugare. Poi la vendemmia e la raccolta delle olive.
Giuseppe non si stancava mai. Era una roccia. Robusto ed intelligente riusciva a risolvere ogni situazione di qualsiasi natura. Un sostegno per la famiglia. Un po' come padron 'Ntoni di Giovanni Verga. Maria era già una donnetta cresciuta prima del tempo. Aveva smarrito la sua infanzia e la sua adolescenza ed era diventata responsabile con il senso spiccato del dovere che papà le aveva inculcato. Franca, la piccola Franca, capiva ogni cosa. Osservava negli occhi la sorella Maria e a modo suo cercava di imitarla dando il suo contributo ai lavori della giornata. L'inverno con i suoi freddi e le sue ugge cedeva il posto alla sorridente primavera. Nei prati verdeggiavano fave e spighe promettendo buoni raccolti.
Poi venne Nardina. Nuova compagna di Giuseppe, affabile, dolce, fedele, laboriosa. Si mostrò subito molto affettuosa con tutti e fu un sospiro di sollievo. II rapporto tra la nuova arrivata e la famiglia non fu mai incrinato da nessun ostacolo.

Era tornato il sereno. Maria e Franca erano state alleggerite dalle dure incombenze e guardavano più fiduciose verso il loro futuro, lo e Giuseppe andavamo spesso a caccia. Bastava un'intesa, si sellavano i muli, si prendeva acqua, vino, pane buono e companatico e si partiva. Fucili nascosti nelle bisacce, cartucce preparate da noi, cani e furetti. Tutto in ordine. Ricordo che quando i muli attraversavano il fiume facevano schizzare l'acqua che raggiungeva le nostre gambe che d'estate ci concedeva un senso piacevole di frescura mentre d'inverno ci faceva sussultare per l'improvvisa sensazione di freddo. I cani scovavano i conigli, le lepri, alzavano in volo le pernici. I nostri carnieri erano sempre abbondanti.
Quando stavano per scendere furtive le prime ombre della sera, soddisfatti tornavamo "a li robi". Sistemavamo per bene la selvaggina, andavamo a controllare i muli che scodinzolando continuavano a brucare le erbe. Poi su una bisaccia mettevamo pane, formaggio, olive verdi, pomodori e vino e indugiavamo a godere di quella grazia di Dio. Parlavamo del più e del meno. Delle cose che succedevano in paese, dell'annata che si preannunciava favorevole, delle mandorle che già andavano aprendosi al caldo sole di Agosto, dell'uva che andavasi maturando e colorando di rosso-nero. Poi un po' storditi dal vino forte e penetrante ci distendevamo sulla bisaccia sotto cui avevamo disposto erbe secche e stoppie. La notte era scesa nel suo incanto e nella sua misteriosa solitudine quasi volesse ghermire ogni cosa, i latrati degli animali selvatici, i sospiri e i sogni degli uomini. La luna si levava splendida in tutta la sua pienezza; lenta, lenta riprendeva il suo cammino rischiarando ogni cosa con la sua chiaria. Gli alberi sembravano grossi giganti solitari immobili e muti. S'intravedevano le sagome scure dei muli che incuranti, di tutto continuavano a scodinzolare e a brucare. Le prime luci del mattino ci svegliavano al canto delle pernici in pastura.



Giuseppe era bravissimo a orientarsi e con il sole alto avremmo certamente trovato la nidiata e fatto scempio con le nostre brave doppiette. Mille volte, tantissime volte, infinite volte a caccia a riprovare assieme dolcissime emozioni. Giuseppe mi parlava della nuova compagna, ma ricordava spesso la moglie che se n'era andata troppo presto. Mi parlava di Maria e di Franca, ormai cresciute; mi diceva che avrebbe affrontato e rimproverato, un giovane che vendeva gelati che guardava insistentemente la figlia. Nardina lo accudiva in tutto e per tutto e lui era contento principalmente perché vedeva che tra la moglie e le figlie correva buon sangue e c'era rispetto reciproco. Gli anni si andavano accavallando. Le cose cambiavano.
II consumismo arrivava in tutte le case. Giuseppe con il sacrificio del suo lavoro si era comprato la terra di "Cabibbi". Era felice ed orgoglioso. E fu proprio lì che trascorse con la famiglia e con gli amici, con i nipoti che tanto amava la parte più bella della sua vita allevando conigli, galline e maiali, lui che da bravo contadino si trasformò in bravo macellaio tanto che veniva gente dai paesi vicini a comprare la buona salsiccia di Milazzo.
Ma in realtà fu e rimase sempre contadino. Amava curare l'orto con lattughe splendide, cipolle, zucchine, pomodori profumati, cocomeri e meloni che si compiaceva di portare a casa, sapendo quanto fossero apprezzati in famiglia. Potava con perizia e bravura olivi, mandorli, alberi da frutta che lui stesso innestava con amore. Contadino dalla falce lucente stendeva al suolo, pareggiandole, le tante spighe d'oro, ondeggianti come il mare dove mai si era bagnato, dove mai si era accostato perché le sue vacanze iniziavano e finivano nei campi, al morbido e familiare canto dell'allodola che annunciava il nuovo giorno e all'ultimo raggio di sole che preannunciava la notte.



Poi un giorno qualsiasi del mese di Maggio, in questa bizzarra primavera, mentre lavorava con il trattore avvertì uno schianto improvviso che lo coinvolse in tutto il corpo, come una folgore che colpisce la grande quercia. Fece appena in tempo a scendere dal trattore e comprese che qualcosa di brutto stava succedendo. Riuscì a raggiungere il paese guidando in uno sforzo estremo la macchina, quasi fosse lei a conoscere la strada. Lo portarono in ospedale, lo seppi solo dopo otto giorni dell'accaduto. Quando lo vidi a letto provai un sussulto.
La quercia si era piegata. Mi sorrise e sussurrò "é venuto mio fratello". Stemmo non so quanti minuti con la mano nella mano. Poi lo accarezzai nella guancia e capì. L'altra mattina alle cinque e trenta sentii squillare il telefono. Era Maria che rotta dal pianto mi sussurrò: "papà é morto". Se n'era andato nella casa del Signore il papà, il marito, il nonno, l'amico e il fratello.

15/06/07                                                             

Gaetano Settecasi

Ultimo Aggiornamento il: 27/03/2012
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